Precariato e suicidi

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Le notizie di cronaca parlano sempre più spesso di lavoratori precari che dopo la scadenza di un contratto a termine o la perdita della speranza di un lavoro definitivo scelgono di togliersi la vita.

L’identikit dei precari suicidi è quasi sempre lo stesso: laureati con voti molto alti, età compresa tra i 27 e 40 anni, qualifiche professionali eccellenti.

Ma tutti questi requisiti non dovrebbero portare a una vita splendida e appagante piuttosto che al suicidio?

In effetti dovrebbe essere così, ma non in Italia. Le notizie di cronaca sul precariato e i suicidi collegati a questa pesante e inaccettabile condizione lavorativa, parlano chiaro: lo scorso anno un ricercatore palermitano 27 enne si è tolto la vita dopo aver avuto certezza di non poter accedere alla carriera di ricercatore tanto desiderata; sempre lo scorso anno, un giornalista quarantenne precario si è suicidato impiccandosi all’albero del giardino di casa e nel 2010 un 38 enne laureatosi brillantemente in Economia si è gettato dal treno che da Milano lo riportava a casa in Sardegna.

La lista potrebbe essere ancora molto lunga, ma preferiamo fermarci qui. Certamente il sistema italiano poco meritocratico contribuisce a creare ampie sacche di lavoratori precari e depressi, ma il suicidio non deve trasformarsi nell’unica via d’uscita dal precariato, anche quando sembrerebbe l’unica strada da seguire.

Il mondo del lavoro riserva tante delusioni, ma bisogna imparare a puntare i piedi e a pestare i pugni sul tavolo, pretendendo giustizia quando le cose vanno male. Dopo anni di studi e soldi spesi ognuno avrebbe il diritto di avere il lavoro per cui ha studiato e non averlo finisce quasi sempre per produrre un profondo trauma psicologico che causa molte volte dolorose depressioni.

In questo caso bisogna chiedere aiuto rivolgendosi a consultori e psicologi del lavoro, in modo da recuperare quell’equilibrio e quella serenità che permettono di trovare delle vie d’uscita dal terrore di restare per sempre senza un lavoro stabile o, peggio, senza un lavoro.

Fonte immagine: economia.leonardo.it