Motivazione aziendale: la marcia in più

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Per quanto il più delle volte si lavori per necessità piuttosto che per passione, in alcuni casi, nemmeno troppo rari, il lavoratore che la mattina si reca a lavoro, ha una marcia in più che in pochi sanno definire: si tratta semplicemente della motivazione aziendale.

Per incentivarla le grosse aziende utilizzano coaching manageriali, o inaugurano corsi sulla motivazione che fanno sentire il lavoratore parte di un progetto, parte di una famiglia e non più semplicemente impiegato a tempo.

A determinare la motivazione aziendale dei lavoratori naturalmente sono diversi fattori: desideri individuali, bisogni, paure, aspettative e progetti per la propria vita, obbiettivi, ma anche relazioni sociali che possono nell’insieme contribuire a creare un lavoratore motivato o demotivato.

E’ soprattutto negli ultimi anni che le aziende si interessano di questo particolare aspetto. Il lavoratore non è più visto semplicemente come una risorsa, bensì come un investimento che potrà, in base alla motivazione e soddisfazione, essere più o meno redditizio.

Il lavoratore motivato

Il più delle volte è un lavoratore soddisfatto, ma non solo, perché non sempre un lavoratore soddisfatto da il meglio di sé. Piuttosto è un lavoratore che si è posto un obbiettivo e che intende raggiungerlo, se necessario adeguando le proprie prestazioni.

Se poi l’azienda è capace di riconoscere e ricompensare il raggiungimento di qualsiasi risultato, il lavoratore motivato sarà anche soddisfatto e continuerà, per tutto il proprio iter lavorativo a porsi obbiettivi sempre più ambiziosi.

I vantaggi sono dunque duplici: per l’azienda e naturalmente per il lavoratore che vede accrescere la stima per se stesso, la soddisfazione e la gratificazione. A rendere difficile un ragionamento del genere ci pensa la totale assenza di feedback che qualifichino il lavoro delle risorse aziendali, e l’impossibilità di osservare concretamente la conclusione di un lavoro, il più delle volte gestito da più di un professionista.