Lavoro in Italia: il mercato nazionale visto dai cinesi

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Una testata giornalistica cinese ha pubblicato un’inchiesta sul mercato del lavoro italiano. I cinesi, dall’alto del loro capitalismo travestito da comunismo, ci vedono proprio male: nepotisti, diffidenti verso il merito e poco propensi all’innovazione.

Questi giudizi negativi sull’Italia sono in parte veri, anche se l’inchiesta, tradotta in italiano e pubblicata sul giornale online “L’inkiesta.it” ha fatto infuriare non poco i cittadini italiani che si sarebbero aspettati dei giudizi severi da parte di  altri Paesi  e non proprio dalla Cina.

La Cina è un Paese in espansione, ricco, economicamente forte, anche se questo risultato è stato conseguito spesso violando le più comuni norme sulla sicurezza e sulla tutela dei lavoratori, costretti a lavorare come schiavi per parecchie ore al giorno e con compensi da fame.

Il fatto che i cinesi vedano l’Italia così come descritta dalla loro inchiesta significa però che le cattive abitudini del mercato del lavoro nazionale sono talmente palesi che ormai è persino difficile nasconderle anche oltreoceano.

L’inchiesta cinese prosegue citando esempi lampanti di carriere costruite su base generazionale, in cui i padri influenti si sono dati fortemente da fare per sistemare mogli e figli consentendo loro l’ingresso in posti anche di natura pubblica.

Non va meglio per le imprese italiane che, secondo i giornalisti cinesi, sarebbero principalmente fondate a gestione familistica e sopravvivrebbero grazie alla conduzione familiare.

Il mercato del lavoro italiano viene visto come un’entità statica, una realtà molto diffidente verso il merito e l’innovazione. Gli imprenditori italiani, secondo i cinesi, non investirebbero perché il loro unico interesse sarebbe solo il loro equilibrio familiare, come a voler dire che in Italia non si riesce mai ad andare oltre il proprio orticello.

In Italia esistono anche imprenditori coraggiosi ed innovatori, ma la chiusura del mercato del lavoro italiano esiste e non si può negare. Lo confermano anche i numerosi “cervelli” in fuga verso l’estero. Se  fosse meno diffidente verso chi merita, l’Italia avrebbe più “cervelli”  in casa e più lavoro per tutti.

Fonte immagine: Win.concorezzo.org