Internet: il buon datore di lavoro

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Caro vecchio web, tanto bistrattato eppure tanto utile, oggetto di mille e una leggenda metropolitana. La meno credibile, almeno dopo i recenti studi, è che internet distrugga più posti di lavoro “reali” di quanti non ne crei.

E’ una menzogna bella e buona, per lo meno se ci si attiene a quanto comunicato dalla ricerca inaugurata dal governo francese. L’inchiesta – ricerca, condotta su 13 paesi differenti dimostra che Internet ha prodotto e continuerà a produrre più posti lavoro di quanti ne abbia distrutto e ne distruggerà. Ancora meglio, la ricerca afferma che maggiori sono gli investimenti dedicati interamente al più generoso datore di lavoro mondiale, migliore è l’indice di occupazione.

Fin qui tutto rose e fiori, se non fosse che nella classifica stilata dalla ricerca, che elenca gli stati che meglio sfruttano il potenziale di zio web, l’Italia si trova in ultima posizione. Sicché anche l’Italia ha inaugurato la propria ricerca i cui risultati saranno definitivamente disponibili fra qualche giorno.

Eppure, guarda caso proprio attraverso il web, qualche dato filtra; nello specifico si stima che da quindici anni a questa parte sono stati 700 mila i nuovi posti di lavoro prodotti da Internet che vanno a sottrarsi ai 380 mila andati persi. Questi sono stati definiti un costo sociale, un pegno da concedersi alla nuova tecnologia che avanza, per quanto una società matura, debba essere in grado, a detta di Corrado Calabrò dell’Agcom, di sostenere il costo.

Ovviamente dalla ricerca risulta che se gli italiani decidessero finalmente di investire seriamente sul web, il tasso occupazionale si impennerebbe ancora di più, ed in un periodo di crisi lavorativa ed economica quale è questo, non ci dispiacerebbe trovar online più posti di lavoro. A bruciare ancora di più il dato che ci mette a paragone con i nostri cugini francesi: per ogni posto di lavoro perso, internet nel paese delle baguette ne ha creato 5, in Italia solamente 3.

La causa?  Scarsa diffusione della banda larga ma soprattutto un ostinato atteggiamento di chiusura delle medie e piccole aziende che guardano ancora con diffidenza la rete.

Fonte: Repubblica

Photo credit: RambergMediaImages